MedicaMente

Rubrica mensile dedicata all’integrazione tra medicina, neuroscienze, psicologia e salute pubblica. Nasce con l’obiettivo di offrire una lettura della salute che superi la sola diagnosi e includa l’esperienza soggettiva dell’incontro tra corpo, mente, evidenze e vissuti. Ogni mese viene affrontato un tema specifico con uno sguardo insieme scientifico, narrativo e umano, per aiutare il lettore a orientarsi nel complesso mondo della salute. La rubrica è pensata sia per chi lavora nella cura, sia per chi desidera comprendere meglio il proprio vissuto corporeo ed emotivo.

QUANDO IL TRAUMA ABITA IL CORPO

C’è una scena di Welcome to Sarajevo (1997), film tratto dal libro Natasha’s Story di Michael Nicholson, che ha l’effetto di un battito sospeso: donne che attraversano lentamente la città devastata, tra muri spaccati e finestre vuote. I loro corpi avanzano, ma lo sguardo resta distante: donne che hanno smesso di abitare in se stesse, che hanno smesso di trovare in sé un luogo sicuro. Una di loro spiega la propria sensazione dissociativa frutto della violazione del proprio corpo dicendo: «Il mio corpo cammina, ma è come se restassi ferma dentro». È una frase che apre il tema della frattura tra corpo e mente, tra ciò che il corpo mostra e ciò che la mente sente: un divario particolarmente evidente nelle donne sopravvissute alla violenza, dove salute clinica e salute percepita possono diventare due mondi che non comunicano. Le scienze mediche giungono a diagnosi mediante esami strumentali, dati che spesso non sono sufficienti a raccontare il dolore; sintomi come malessere diffuso, tachicardia, stanchezza profonda, difficoltà a respirare, estraneità verso il proprio corpo convivono con un quadro clinico-biologico impeccabile, apparentemente sano. Uno studio del Journal of Interpersonal Violence (2021) mostra che la percezione della salute può risultare fino a tre volte peggiore rispetto a chi non ha vissuto traumi, anche con parametri clinici normali. L’OMS conferma che il divario tra “stare bene” e “sentirsi bene” può durare anni: è come se il corpo restasse in allarme oltre la fine dell’emergenza. La scienza spiega perché: il trauma non è solo un ricordo, ma una riscrittura neurobiologica. Coinvolge sistema nervoso, endocrino, immunitario e soprattutto la percezione interna. L’asse dello stress diventa instabile, il corpo rimane in modalità “allerta”, la memoria corporea trattiene sensazioni e tensioni che riemergono come segnali di pericolo. L’interocezione – la capacità di leggere correttamente i segnali interni – si altera. Uno studio del 2020 su Frontiers in Psychiatry mostra che, dopo un trauma, segnali innocui vengono interpretati come minacciosi. Come nelle città ferite dalla guerra, ciò che è in piedi non è necessariamente stabile e le storie cliniche lo confermano: «Mi dicevano che era tutto a posto, ma io sentivo una crepa da qualche parte dentro», racconta una donna. Un’altra confida: «Non mi fido del mio corpo: ogni sensazione mi sembra un allarme». In questi casi non si tratta di fragilità, ma il prezzo della sopravvivenza. Lo stress post-traumatico si traduce in un corpo che continua a proteggersi. Le cure efficaci oggi lavorano sull’integrazione mente–corpo. L’EMDR aiuta a rielaborare la memoria traumatica attenuando le sensazioni somatiche; le terapie somatiche e sensomotorie guidano a ricostruire un rapporto sicuro con il corpo; o anche le pratiche trauma-sensitive – yoga lento, stretching consapevole – migliorano l’autoregolazione. «Ho iniziato a sentire il mio corpo come un luogo dove tornare», racconta una partecipante a un percorso integrato. I dati lo confermano: tra il 55 e il 70% delle donne sopravvissute presenta alterazioni dell’asse dello stress; il 60% riferisce sintomi fisici senza causa organica; il 40% vive ipervigilanza corporea costante. Lo storytelling di questi casi ci racconta come la medicina non può contemplare la cura fermandosi al dato clinico, ma può trova la completa efficacia solo adoperando una ricomposizione autentica dell’integrità mente-corpo.