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C’è una scena di Welcome to Sarajevo (1997), film tratto dal libro Natasha’s Story di Michael Nicholson, che ha l’effetto di un battito sospeso: donne che attraversano lentamente la città devastata, tra muri spaccati e finestre vuote. I loro corpi avanzano, ma lo sguardo resta distante: donne che hanno smesso di abitare in se stesse, che hanno smesso di trovare in sé un luogo sicuro. Una di loro spiega la propria sensazione dissociativa frutto della violazione del proprio corpo dicendo: «Il mio corpo cammina, ma è come se restassi ferma dentro».

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