
Vi è una bellezza ancestrale nell’arte: nella scultura, è intrinseca la straordinaria capacità di “liberare” un’anima, nascosta all’interno della materia inerte. È un’arte che unisce visione alla fisicità, creando forme che sfidano lo sguardo. Questo miracolo creativo è ancora più potente quando non è guidato da maestri o accademie ma unicamente dal talento puro di un autodidatta.
Lo sa bene l’artista Celestino Antenucci,

originario di San Marco La Catola (Foggia), che si avvicina al mondo dell’arte a soli sei anni, dimostrando un’espressività molto suggestiva nelle sue creazioni, incanalate, inizialmente, attraverso il disegno.

Con il tempo, la spiccata passione per l’arte è cresciuta in Antenucci progressivamente. Infatti, in l’età adulta si è avvicinato alla tecnica artistica dell’intaglio sul legno: i lavori di scultura hanno ricevuto- e ricevono ad oggi- vari apprezzamenti dalla critica e dal pubblico. Successivamente, ha cominciato a lavorare la pietra fino a specializzarsi in questo nuovo e affascinante processo artistico.

La profondità dell’anima viene proiettata al mondo attraverso la tua arte. Quanto è importante?
Per me l’arte è una costruttiva modalità con cui l’essere umano riesce a rendere visibile ciò che normalmente resta nascosto: memoria, ferite, desideri, intuizioni, paure. Quando qualcuno crea, che sia musica, pittura, scrittura non sta solo producendo qualcosa di bello: traduce una parte interiore in una forma condivisibile. E’ meraviglioso.

Osservando con attenzione i tuoi progetti realizzati, traspare la tua grande fede in Dio: realizzi molte opere sacre. In che modo l’arte veicola messaggi importanti come la spiritualità?
Un’opera ispirata dalla fede non comunica soltanto un tema religioso, trasmette una presenza interiore, una ricerca di senso, un dialogo con ciò che è più grande dell’essere umano. Anche chi non condivide la stessa fede può percepire quell’intensità: il linguaggio simbolico dell’arte tocca emozioni universali: speranza, sacrificio, pace.

Quali sono le sensazioni emotive più belle che avverti quando guardi un tuo lavoro che prende
forma e “voce”?
Vedere un’opera prendere forma è un’esperienza molto profonda, quasi un dialogo silenzioso tra intuizione e materia. Credo che, una delle emozioni più belle, sia percepire il momento in cui qualcosa di interiore- ancora confuso- comincia finalmente ad avere un volto.

Quanto è liberatorio, per l’interiorità, creare, e dare forma a un materiale rendendolo “vivo”?
La bellezza, intesa come creazione viva, può essere profondamente liberatoria per l’interiorità. Quando ciò che abita dentro di noi, come le emozioni, una visione, la fede, il dolore, l’amore, trovano una forma concreta, avviene una trasformazione: l’invisibile diviene presenza. Creare significa dare voce a ciò che, spesso, resta imprigionato nel silenzio.
La “bellezza” intesa come cultura, come arte, può ancora guarire dalla sofferenza del mondo?
Sì, l’arte può ancora guarire, non cancella il dolore, trasforma un malessere, rendendolo condivisibile, umano. In un mondo attraversato dalla solitudine, dalla violenza, dalla superficialità, dallo smarrimento, la Bellezza autentica può diventare un rifugio, una Luce, persino una forma di resistenza spirituale. L’arte ha la capacità di fermare, per un momento, il rumore del mondo, riportando l’essere umano a qualcosa di essenziale.

