Music maker da “recinto”. O da “ghetto”, termine forse più consono e probabilmente gradito dal diretto interessato, proprio come il suo brano più celebre. Di sicuro un musicista non allineato. Non esserlo, soprattutto negli anni Settanta, è un prezzo salato da mettere in conto, nonostante la fama guadagnata a seguito di una gavetta tosta.
Alberto Radius, le roi soleil, e non solo per la capigliatura foltissima, caposcuola riconosciuto della chitarra elettrica italiana. Sideman e sessionman richiestissimo, da solista antepone la qualità di pensiero alle classifiche, l’alternativa al consenso plastificato. Un suono riconoscibile dopo pochi tocchi. I primi dischi postelettronici di Franco Battiato. Le collaborazioni con Alice, Milva, Loredana Bertè. Bastano questi. Controcorrente e di riflusso, una inequivocabile ritrosia per il mainstream di facciata, Alberto non lo si vede concorrere alla kermesse sanremese sebbene non gli manchino brani sopraffini e di futuro successo (Che cosa sei, Passare via, Lombardia, Pensami). E non si sa se per scelta personale (più che probabile) o per qualche illogico ostracismo della macchina discografica.
Lucio Battisti crea un sodalizio ferreo con Equipe 84 e Dik Dik, ma è Radius che riesce a battere tutti sul tempo facendo della Formula Tre la band ufficiale del genio di Poggio Bustone. Nel frattempo, insieme a Mogol, Battisti fonda l’etichetta Numero Uno sulla base del fifty-fifty. Ogni brano deve recare la doppia firma, sempre e comunque. Non si sgarra. Nei confronti del paroliere brianzolo il riccioluto chitarrista romano avverte scarsa intesa. I nodi vengono al pettine nel momento in cui Giulio Rapetti indossa l’abito del produttore. Dalle ceneri della Formula nasce Il Volo, primo vero supergruppo (Mario Lavezzi, Vince Tempera, Gabriele Lorenzi, Bob Callero, Gianni Dall’Aglio, oltre a Radius). Niente a che vedere, ovvio, con la ruberia del baby trio tenorile diventato fenomeno planetario molto dopo grazie al fiuto volpino di Tony Renis.
Al bando qualsiasi melensaggine imperante, con il sestetto il prog si taglia a fette. “Quanto costa un passo un po’ più in la? Prima un sasso poi un muro, poi che altro c’è? I fantasmi, la tua gente che ti chiudono la mente. Ma io no, non rinuncio.” (La mia rivoluzione). “Come una zanzara in Africa, anche io perso fra milioni, che dico, fra miliardi di uomini il diritto alla paura ho.” (Come una zanzara). Il secondo lavoro fa deflagrare le acredini tra gruppo e Mogol. Testardo come pochi, Radius non le manda a dire. Neanche se si tratti di un “boss” qual è Rapetti. Quest’ultimo ammaina le vele e così Essere o non essere? viene pubblicato soltanto in versione strumentale.
A distanza di quasi mezzo secolo America good-bye resta una pietra miliare, fra i più intelligenti e solidi concept album pubblicati finora in Italia. Con testi centellinati su misura dal duo inossidabile Avogadro- Pace, Alberto affonda la lama nel mito yankee. Che critica e denuncia visceralmente, tenendo a debita distanza (ricambiato, a sua volta) il nutrito circolo cantautorale. Nel tritacarne passa di tutto: papponi, poliziotti violenti, affaristi, grattacieli. McCarthty. San Francisco e la Beat Generation. La sfavillante Las Vegas. Icone del calibro di Muhammad Alì o Buster Keaton. Attraverso lo sguardo sprezzante dei caimani albini che sguazzano nelle fogne newyorkesi, metafora dei reietti anelanti un inutile riscatto sociale. “America good-bye, oggi non mi fai né sognare né paura. La bandiera ha stelle a volontà, e allora perché mai non brilla?”. American dream evaporato, che Radius accantona con consapevole sfrontatezza. Con quel pizzico di sano orgoglio mai fuori luogo.
