A passi tardi e lenti

di Federica Pergola.

E allora rieccolo, lo sguardo affascinante e curioso di Michele De Luca, che, dopo averci incantati con il raffinatissimo libretto Street art a Venezia (Supernova edizioni), adesso ci stupisce con una nuova carrellata di immagini, immortalate dalla sua macchina fotografica, di opere della street art di una Roma nascosta, quasi dimenticata, tra vicoli e muri e stradine lastricate e tortuose dei suoi quartieri più popolari e autentici.

Da Centocelle alla Garbatella, da Ostiense a Pigneto, da Portonaccio a San Lorenzo, da Testaccio a Trastevere, De Luca – animato come sempre dalla curiosità di un uomo che, ormai raggiunta la maturità, non smette però di cercare, con la smania tipica dei più giovani, quanto può ancora stupirlo e affascinarlo – cerca di cogliere i dettagli, il volto mutevole della Città Eterna. Come conservare, infatti, quel patrimonio di creatività altrimenti inevitabilmente destinato alla corruttibilità dovuta agli agenti atmosferici e allo smog, ai colori che sbiadiscono al sole, o anche solo alla trasformazione che il tempo, ahimè, produce?

Eccolo dunque a caccia di prede, armato solo della sua pazienza e della sua macchina fotografica, e nel suo vagabondare, in queste anonime e istintive manifestazioni dell’ingegno, ci porta ad incontrare palombari e personaggi famosi, icone dell’arte, dello spettacolo e dello sport, clown sanguinanti e volti di donne drammaticamente infelici, denunce del peso che ha il  silenzio, quando diventa complice delle storture e delle ingiustizie del nostro mondo in guerra; una colomba della pace che però ha un cappio al collo e, tra le zampe, non più l’ulivo ma una pistola ritorta contro se stessa; e poi ancora l’urlo di Munch accostato a uno Sgarbi aggressivo e rissoso…

E però viene da chiedersi se non abbia davvero ragione Filippo Ceccarelli nella sua postfazione, quando scrive: “Sia lode al lavoro di Michele De Luca, viandante pronto a lasciarsi impressionare da ciò che gli è parso genuino. Ma forse siamo agli sgoccioli, forse in queste pagine una delle ultime testimonianze, poi basta. Ciò che colpisce, nella sua ricognizione visiva, è la sovrabbondante varietà degli stili. Non sai bene se dentro, o dietro, o sopra o sotto senti l’eco di Pompei, la pop art, il gotico, il fumetto, Pollock, Disney, la grande fotografia, il muralismo messicano, la pubblicità, la scopiazzatura di Bansky, il troppo tempo passato al pc, Instagram, i videogiochi. Eppure proprio nel suo caotico accumulo la street art comincia ad assomigliarsi, s’è fatta canone, sta perdendo la carica trasgressiva, ha dismesso l’originaria creatività, la leggenda romantica, il motore, lo spirito.

Forse, cioè, l’atto più creativo e controcorrente è proprio quello di Michele De Luca, che oggi ancora percorre, lentamente, a piedi, le stradine meno conosciute di una città gigantesca e frenetica, e ancora ne sente gli odori del bucato steso al sole e gli aromi provenienti dalle finestre delle cucine, sempre pronto a lasciarsi afferrare da qualcosa o da qualcuno, sempre vivo: con lo sguardo, la mente, il cuore.

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Michele De Luca, Street art a Roma, Supernova Editrice, Venezia, 2026, pp.88, €12,00