“Non si può dire a una donna di denunciare tout court senza pensare alle conseguenze, al problema logistico, economico, psicologico. Bisogna tener conto del senso di smarrimento che genera una sorta di immobilismo e di impotenza, resi ancora più difficili dall’iter burocratico che segue alla querela”. Celeste Manno, potentina doc, consigliera del II Municipio di Roma e membro della commissione Pari Opportunità, ha un approccio molto razionale e pragmatico: “Nel nostro, e anche in altri municipi della capitale, da tempo operano i cav, i centri antiviolenza a cui ci si può rivolgere nel momento in cui si decide di voltare pagina e di scegliere la ribellione al giogo dei soprusi e dei maltrattamenti. È il primo passo, perché non sempre si riesce ad andare al commissariato a raccontare gli orrori subiti. Come dicevo – continua – bisogna tener conto che non tutte hanno un lavoro o un luogo dove andare. In questo, il cav fornisce l’assistenza necessaria per la prima accoglienza e il reinserimento nella sfera sociale. Solo in questo modo si può aiutare una donna a uscire dal tunnel, perché quando fai quel passo, non puoi tornare indietro, non puoi tornare a casa”.
C’è una maggiore sensibilità, un diverso interesse verso il problema rispetto al passato?
Sì, c’è una maggiore consapevolezza della dimensione del fenomeno rispetto, per esempio, a quando fui eletta la prima volta nel 2013. I cittadini apprendevano le notizie dal telegiornale e giudicavano senza avere contezza dei fatti. Era una conoscenza teorica. Oggi c’è un altro approccio e, finalmente, ci si è resi conto di quanto sia importante coinvolgere le nuove generazioni. Il nostro faro sono le famose tre “P” della Convenzione di Istanbul: prevenire, proteggere, punire. Come Municipio, collaboriamo con le scuole di ogni ordine e grado, perché ci sia un’educazione al rispetto. Organizziamo seminari, incontri, concorsi a tema (con pubblicazione degli elaborati) dal titolo “La violenza non è amore”. Devo dire che la risposta è andata oltre le aspettative, tanto che molti dirigenti scolastici hanno anche investito dei fondi. Per esempio, in alcune scuole sono state poste le famose panchine rosse antiviolenza. Certo, c’è ancora da fare e servono le risorse. In tal senso, si sta attivando anche la Regione Lazio con il progetto, ancora embrionale, del Bosco rosso, ovvero un luogo d’incontro neutro, dove le vittime si sentano al sicuro”.
Cambiando decisamente argomento, ci piace ricordare che lei è una cosiddetta “nipote d’arte”. Suo zio, lo statista lucano Emilio Colombo, non ha mai incoraggiato nessuno della famiglia a interessarsi di politica, però era orgoglioso della sua elezione.
Ha stupito anche me, perché non parlava mai della sua attività, non ci coinvolgeva e, se sollecitato, non si apriva mai del tutto. Invece, dopo la campagna elettorale, mi chiedeva insistentemente se fossi stata eletta e leggevo in lui una certa soddisfazione. Senza nessuna pretesa, né velleità, io ho sempre letto la mia elezione come una sorta di passaggio di testimone, perché ho giurato il giorno dopo che ci ha lasciati.
Anche se era piuttosto chiuso sulla questione politica, non ha mai fatto mistero della sua posizione riguardo alla causa palestinese, sostenendo da subito la soluzione dei “due popoli, due Stati”. In famiglia ne avrete parlato…
È vero, non ne ha mai fatto mistero. E più che ripetere il suo pensiero al riguardo, vale la pena ricordare che fu il promotore della Dichiarazione di Venezia, che, nonostante la contrarietà degli americani e la freddezza del governo inglese, per la prima volta nella storia dichiarò l’Olp di Arafat (Organizzazione per la liberazione della Palestina) come rappresentante del popolo palestinese, al quale, nello stesso tempo, fu riconosciuto il diritto all’autodeterminazione. E il trattato fu firmato nella tenda in cui si tennero i funerali dell’allora presidente egiziano, Sadat, morto in un attentato.
C’è un’altra data storica per la vostra famiglia, una storia in parte già nota, ma che vale la pena ricordare in un mondo dilaniato dai conflitti e in un’Europa che si accinge al riarmo. Era il 7 settembre 1943…
Il giorno prima dell’armistizio. Mio zio e mio padre, Peppio Manno, entrambi giovanissimi ufficiali, amici per la pelle, erano di stanza a Genova. Capirono che bisognava subito scappare per sfuggire alla furia dei tedeschi. Presero il treno vestiti con abiti civili prestati dagli abitanti della città. Lì, i loro destini si divisero, perché mio zio riuscì a raggiungere Roma, dove fu ospitato in incognito per qualche giorno nella Parrocchia di Val Melaina. Mio padre, invece, fu catturato dai nazisti e fatto prigioniero in un campo di concentramento in Germania. Non ne parlava mai volentieri. Gli si leggeva in faccia che aveva sofferto tanto la fame e gli stenti. Quello che la mia memoria non cancellerà mai è il gesto che faceva quando raccontava della razione di pane quotidiano che mangiava e che equivaleva a metà falangi delle dita di una mano. Basta questo per capire quanto lo sconvolgimento di una guerra pesi sui destini del popolo e l’insensatezza degli uomini generi miseria e atrocità. Mi auguro che nessuno lo dimentichi
